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Le Alpi : portrait produttivo

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Si parte dall’aeroporto della Blécherette di Losanna. Il primo impatto dopo il decollo è quello con la grande distesa d’acqua del lago Lemano sul quale si riflettono, imponenti, le montagne francesi. Guardo indietro verso Losanna alla ricerca di un punto di riferimento, e la mia attenzione si concentra sul grande nodo infrastrutturale di Crissier-Bussigny al limite urbano della “Grand Lausanne”. Più a ovest distinguo il corso della Venoge che si getta nel Lemano con il suo ampio delta.

Dopo un breve sorvolo del lago Lemano, l’aereo percorre a bassa quota la piana dello Chablais puntando a sud-est. Sul versante destro scorgo quasi subito la sagoma della centrale termica di Chavalon –in disuso da ormai 10 anni– la quale domina la regione con la sua ciminiera di ben 120 metri e le quattro torri di raffreddamento. La centrale, prima di essere riconvertita a gas, bruciava idrocarburi provenienti dalla vicina Raffineria di Collombey, il gigante di 130 ettari che distinguo, poco dopo, tra i campi coltivati del fondovalle. Negli anni ‘60 la Confederazione decise di installare l’unica raffineria della Svizzera proprio in questo luogo, collegandola al porto di Genova con un oleodotto di 340 Km che attraversa il tunnel del san Bernardo, in linea d’aria proprio di fronte a noi.

Continuiamo a sorvolare le zone industriali dello Chablais che da quassù, data la prossimità del Rodano, si confermano le zone esposte ai più forti rischi di inondazione. Una manovra del pilota intorno al Dents du Midi, la montagna più iconica dello Chablais svizzero, ci permette di superare il brusco gomito di Martigny, punto in cui la valle cambia direzione verso nord-est. Il diverso orientamento, così come un diverso micro-clima, hanno conseguenze visibili sul paesaggio e sulla vegetazione, la quale appare ad una prima occhiata molto più secca rispetto allo Chablais.

L’occhio cade su uno specchio limpido: sono le vecchie cave di sabbia oggi riempite dall’acqua della falda acquifera. L’aereo segue il percorso della ferrovia e dell’autostrada, che si intrecciano più volte con quello del Rodano.

Da quest’altezza si riconoscono chiaramente le differenze insediative tra un centro abitato e l’altro, individuando come centri più sviluppati quelli generalmente serviti dalla ferrovia e occupati delle attività industriali.
Arrivati a Sierre, distinguo i grandi capannoni dalle sfumature verde-azzurro che si affacciano sul Rodano. Sono gli impianti di laminazione e pressatura dell’alluminio di Alusuisse: una delle “Trois Grandes”, insieme alla Ciba di Monthey (oggi Sygenta) e alla Lonza di Visp. Oggi Alusuisse è di proprietà della Constellium, un gigante mondiale da 5.2 miliardi di euro di fatturato con sede in Olanda.

Sulla riva sinistra del Rodano scorgo, a ridosso della parete rocciosa, la zona industriale di Chippis connessa a Sierre tramite un ponte ferroviario arcato sul fiume. Anche questa attività appartiene a Constellium, ma oggi molti capannoni sono stati demoliti e i terreni bonificati, come testimoniano le nude superfici di asfalto tutto intorno. Nel 2012 è infatti iniziata la bonifica del sito industriale costata oltre 48 milioni di franchi che, con un lavoro di scavo di 190.000 tonnellate di terreno, ha ripristinato la qualità delle acque sotterranee prevenendo ulteriori danni a lungo termine.

Sul sito riconosco l’edificio storico della centrale idroelettrica della Gougra, da poco ristrutturato. È impressionante pensare che nelle turbine di questo lungo edificio circolino le acque raccolte dalla diga di Moiry, 1700 metri più in alto, e solamente in questo punto vengano immesse nel fiume Rodano.

Sorvolando Visp lo sguardo si concentra inevitabilmente sul sito della Lonza che occupa entrambe le sponde del Rodano. Il sito si presenta come un’enorme distesa di silos e ciminiere allacciati da un groviglio di tubi e condotte, e la presenza di sei gru ad ovest ci comunica che l’area è tuttora in espansione. Su uno dei pochi terreni agricoli rimasti, di proprietà del comune, stanno sorgendo grandi edifici di almeno otto piani. Prestando attenzione si può notare la modifica del letto del Rodano. In questa porzione di fiume infatti si stanno realizzando i lavori della terza correzione del Rodano che comporta la trasformazione degli argini allo scopo di prevenire il rischio di alluvioni.
La porzione di fondovalle tra Visp e Briga è un susseguirsi di industrie, cave, imprese di diverse dimensioni dalla cui trama emergono oggetti singolari, come un campeggio o piccole case con giardino che mai penseresti di trovare all’interno di questo tessuto produttivo.

La presenza di svincoli, depositi ferroviari e centri commerciali mi fa capire che siamo in prossimità di Briga: l’ultimo grande centro abitato del Vallese.
Dopo aver avvistato il portale del tunnel ferroviario del Sempione, l’aereo effettua una brusca virata e una manovra elicoidale ci permette di prendere quota. Seguo con lo sguardo la strada del Sempione che, inerpicandosi, entra in galleria, supera la valle della Saltina grazie al titanico ponte Ganterbrücke e giunge finalmente al passo, a quota 2005m.

Qui troviamo la neve, la strada diventa un tracciato nero che si staglia sul paesaggio bianco e in questa vasta distesa riconosco l’iconico ospizio rosa costruito da Napoleone nel 1801. Poco più avanti individuo invece il vecchio ospizio costruito nel 1666 per volere del barone di Briga Kaspar Jodok von Stockalper, il quale rivitalizzò il traffico commerciale del Sempione, inattivo dalla metà del XIV secolo, rendendo più sicura la mulattiera medievale.
Più avanti un’altra opera di Stockalper, la torre di Gondo, attesta che stiamo per passare la frontiera con l’Italia. Siamo richiamati dal controllo di volo a cambiare frequenze radio e sintonizzarci su Milano.

L’aereo è ora scosso da forti correnti d’aria, circostanza che fa apparire ancora più ostile la stretta Val Divedro che si insinua tra le pieghe delle montagne.
Sotto i nostri piedi ricompare la ferrovia, abbiamo passato Isella e una precisa manovra del pilota mi permette di vedere l’uscita del tunnel. In fondo alla valle distinguo Domodossola e il suo paesaggio, con le industrie alternate ai centri abitati. Siamo ancora ad alta quota e questo mi permette di avere una visione d’insieme della val d’Ossola e riuscire comunque a distinguere, poiché concepita come un monumento, la centrale idroelettrica di Cervoladossola disegnata negli anni ’20 dall’architetto Portaluppi.

Una delle differenze più rilevanti tra i due fondovalle (Rodano e Toce) è che il letto del fiume Toce corre molto più libero, disegnando la piana, mentre il Rodano corre rettilineo come un’infrastruttura. Nonostante il suo percorso naturale il Toce era, fino a pochi anni fa, un corso d’acqua pesantemente contaminato da sostanze tossiche quali mercurio, DDT e altri metalli pesanti. La causa principale di questo inquinamento fu lo stabilimento chimico di Pieve Vergonte (ex Rumianca ed ex EniChem Synthesis) che, negli ultimi ‘90 anni, ha scaricato i residui di lavorazione chimica nel torrente Marmazza (affluente del Toce), deviato e interrato proprio sotto lo stabilimento.

Da qua sopra rilevo la geometria insediativa del fondovalle: le due strade che costeggiano i versanti servendo i centri abitati, la superstrada che si muove sinuosa seguendo il letto del fiume e le due linee ferroviarie che, separandosi e incontrandosi, tagliano di netto il paesaggio.
Continuiamo a seguire la ferrovia passando in sequenza sopra lo stabilimento chimico di Pieve Vergonte, gli abitati di Vogogna Ossola, Premosello-Chiovenda, Cuzzago.
All’altezza di Ornavasso, alla stessa quota dell’aereo sul versante della montagna, riconosco l’ingresso delle Cave di Candoglia da cui si è stato estratto il marmo rosa utilizzato per la costruzione del Duomo di Milano.

Arrivati al lago Maggiore, l’ingresso della val d’Ossola è segnalato da due grandi cave: quella di Baveno e quella del Montorfano. L’architetto Aldo Rossi decise di utilizzare proprio il granito della cava di Montorfano per il rivestimento del centro di servizi alle imprese del Tecnoparco del Lago Maggiore, il quale compare proprio sotto i nostri piedi. Si distinguono nettamente gli elementi del progetto: l’asse principale, ritmato dai pilastri in cemento, e i capannoni con i caratteristici infissi color giallo melone.

Puntiamo dritti verso il Monte Rosa seguendo la val Anzasca. All’altezza di Macugnaga il pilota vira a sud del massiccio del Monte Rosa ed è qui che, dietro i ghiacciai e i nevai, appare la sagoma inconfondibile del Cervino. Di colpo, quelle montagne così distanti si materializzano nella loro grandezza e l’ombra del nostro aereo si proietta, minuscola, sulle pareti di roccia.

Intorno a noi è tutto bianco e gli occhi faticano ad abituarsi alla luce. La mia attenzione si dirige sul Piccolo Cervino, e riesco a intravedere gli sciatori lungo le piste. La funivia è aggrappata alla cima e una galleria la perfora permettendo ai turisti di passare dall’altro lato. Una gru bianca e rossa è appesa alla montagna in modo surreale, e mi chiedo cosa prevedono ancora di costruire.

L’ultima tappa prevista è il sorvolo della diga di Moiry, al cui cantiere il pilota Patrick mi confessa di aver lavorato per diversi mesi come ingegnere incaricato di verificare le dilatazioni della struttura in cemento armato. Tra tutte le dighe che abbiamo sorvolato quella di Moiry è la più affascinante. Il suo arco esprime in un solo gesto tutta la tensione che l’infrastruttura sopporta per contenere 77 milioni di mc d’acqua.

Sulla rotta verso l’aeroporto tagliamo perpendicolarmente tutte le valli secondarie del Vallese, riconoscendo in alcune la presenza delle grandi dighe e in altre le stazioni sciistiche servite da numerosi impianti di funivie e seggiovie. Tra tutte spicca quella del Mont Fort legata a Verbier: la rinomata stazione sciistica simbolo della dispersione insediativa in alta montagna.


Per citare questo articolo

Roberto Sega, « Le Alpi : portrait produttivo », Revue Sur-Mesure [online], 4| 2018, pubblicato il 18/12/2018, URL : http://www.revuesurmesure.fr/issues/nouveaux-visages-ville-active//le-alpi-un-portrait-produttivo